E’ il (primo) giorno del cinema: Fritz Lang, il maestro che va oltre …

Novembre 10, 2008 di il Politico.it  
Nel canale Cinema

Inauguriamo una delle rubriche-fondamento di que- sto portale. Abbiamo scelto di cominciare raccontan- do i film e la poetica di un regista tedesco autore di pellicole straordinarie (M - Il mostro di Dusseldorf, Dietro la porta chiusa, Il diabolico dottor Mabuse, ol- tre a Metropolis, primo capolavoro della fantascien- za), che si è ritagliato un posto di diritto nella storia del cinema. Ce ne parla Valentina Di Nino.         

A lato, un’immagine di “Metropolis”

di Valentina DI NINO

A chi non ha mai visto un film di Fritz Lang, basterebbe suggerire la visione del suo capolavoro assoluto, “Metropolis”, una pellicola del 1926, classica perchè senza tempo, visionaria (per l’epoca) e attualissima, sia nei contenuti che nell’estetica, per far capire la grandezza del regista tedesco di origina austriaca. Il giovane Fritz Lang frequenta il Politecnico, poi l’ Accademia di Belle Arti a Vienna. Viaggia molto per l’ Europa guadagnandosi da vivere come pittore ambulante ma, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, è arruolato e come molti della sua generazione conosce l’ esperienza della battaglia. Di quegli anni sono i primi tentativi nella scrittura cinematografica e dietro la macchina da presa. Il suo primo film stilisticamente maturo risale al 1921, si tratta di “Destino”, una pellicola che si colloca perfettamente nei fermenti dell’avanguardia espressionista che coinvolge la migliore intellettualità della Germania di Weimar. Dal punto di vista formale è chiaro già in questo film il tentativo di sostituire al freddo approccio oggettivo agli eventi quello piu’ profondo, soggettivo, che porta alla scelta di un’estetica esasperata, una descrizione della realtà spesso deformata, con un uso estremista del contrasto luce-ombra, per provocare l’emotività piu’ profonda del pubblico. E anche dal punto di vista del contenuto troviamo già in “Destino” uno dei temi piu’ cari a Fritz Lang e agli espressionisti tutti, condizionati fortemente dalle nuove possibilità esplorative proposte dalla psicanalisi:l’indagine del subconscio, il sogno, l’incubo. L’ idea è quella di trasfigurare nel sogno le paure piu’ profonde: è nel sogno che la protagonista cerca di savare la vita al suo amante, inutilmente. Ed ecco qui anche un’altra idea cardine della poetica di Fritz Lang: l’agire dell’uomo è del tutto inutile, perchè esso appare sempre dominato da una potenza superiore che lo trascende.
Il film successivo, “Il dottor Mabuse”, del 1922, aggiunge alle riflessioni esistenziali, il sentimento di un’angoscia sociale strisciante nella Germania dell’epoca. Il dottor Mabuse è l’incarnazione del male, una figura diabolica che dissemina l’odio e la paura per poi offrirsi come unica salvezza di fronte al caos che lui stesso ha creato. Il film coglie in pieno le allarmanti pulsioni della psiche collettiva della Repubblica di Weimar che porteranno la società tedesca alla deriva nazista. Nel 1926 la sensibilità profetica del regista tedesco crea il suo capolavoro, “Metropolis”, il primo film della storia tutelato dall’Unesco, inserito nel registro “Memory of the world”, istituito nel 1992 per preservare la memoria documentale dell’umanità. Il primo film di fantascenza, parla della vita alienante in una città ipermoderna, modellata sulla New York dell’epoca. Alla sommità della scala sociale un classe di ricchi padroni abita la parte alta della città, tutta luce e comodità. In fondo alla società una classe di individui supersfruttati abita la parte bassa, buia e sporca della città. Ma arriva il giorno della ribellione: la furia proletaria coinvolgerà tutto: macchine, case, figli dei ricchi. Il finale sarà conciliatorio ma l’allarme lanciato nel film contro i pericoli dello sfruttamento e delle diseguaglianze sociali è significativo e ancora una volta dimostra la grande sensibilità del regista in grado di capire e addirittura anticipare le istanze sociali piu’ urgenti. Sensibilità confermata nel suo primo film sonoro, “M, il mostro di Dusseldorf”, del 1931: l’idea del film - il caso psichiatrico di Franz Beker, schizofrenico e assassino di bambine - riassume in sé, ancora una volta, tratti della labile psicologia di massa della Germania del tempo e scoperchia quella pulsione distruttiva, pronta a scaricarsi sui più deboli, che trova nel nazismo una perfetta valvola di sfogo istituzionalizzata. Per questo la pellicola fu osteggiata dal regime instaurato nel ‘33 e Fritz Lang, fiutando il pericolo, abbandono’ la Germania rifugiandosi prima in Francia e poi in America dove continuerà a lavorare fino alla sua morte, nel 1976. Ma il suo nome rimarrà sempre legato al movimento espressionista e alla lunga notte della ragione nella Germania degli anni tra le due guerre i cui deliri e incubi sono perfettamente riflessi nei suoi film.

Valentina Di Nino

Elezioni Usa, confronto con il 2004 Ecco dove Kerry ‘vince’ su Obama

Novembre 10, 2008 di il Politico.it  
Nel canale Politica

Elezioni Usa, confronto con il 2004 Ecco dove Kerry ‘vince’ su Obama

Novembre 6, 2008 di Redazione 

Nel giorno dell’ascesa del senatore dell’Illinois alla Casa Bianca, che segna la fine definitiva di ogni barriera razziale in America, c’è tuttavia una fascia geografica di Stati Uniti in cui Obama ha preso meno voti del perdente democratico Kerry quattro anni prima, in cui la tendenza complessiva ad un aumento dei consensi per loro è stata invece invertita. Andiamo a scoprire con Lorenzo Pregliasco dove questo si è verificato e come si configura nei dettagli. 

Nella foto, i neo-presidente e vicepresidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama e Joe Biden

di Lorenzo PREGLIASCO

Molti commentatori hanno salutato la vittoria di Barack Obama come un trionfo della società post-razziale sull’America ingloriosa del segregazionismo e delle discriminazioni. Questo è certamente vero, se si guarda al dato elettorale nel complesso, che ha visto il candidato democratico prevalere anche in aree tradizionalmente molto timide verso il partito dell’asinello. Inoltre, il temuto “effetto Bradley” non si è appalesato nel voto degli americani.

Tuttavia, leggendo tra le righe dei risultati, si può notare un particolare interessante.

In mezzo a un sostanziale trionfo per Obama in gran parte degli Stati Uniti si delinea tutta una fascia di territorio contiguo, che va dal Tennessee all’Oklahoma passando per l’Arkansas, in cui Obama è andato peggio del perdente Kerry quattro anni fa - in alcuni casi, addirittura molto peggio -.

I flussi elettorali dal 2008 al 2004. Aree blu: avanzamento democratico; aree rosse: avanzamento repubblicano

La cartina con i voting shifts, cioè il flusso elettorale, dal 2004 al 2008 è impressionante nella conferma.

Valanga blu (democratica) in quasi tutto il Paese, striatura rossa (repubblicana) proprio tra Tennessee e Oklahoma, con propaggini in piccole porzioni di West Virginia e Kentucky e poi in Alabama, Louisiana e Texas nord-orientale.

Ora, il fatto singolare è che nessuno dei candidati ha fatto campagna elettorale in queste zone, se si esclude una fugace sosta di McCain in aeroporto in Tennessee pochi giorni prima del voto.

I risultati parlano da soli. Una quota non indifferente di elettori bianchi di questi stati non se l’è sentita di votare Obama. Non se l’è sentita di mandare un nero alla Casa Bianca.

Cominciamo da Alabama e Louisiana, due stati del profondo Sud americano, infelici protagonisti delle pagine peggiori del segregazionismo negli Stati Uniti.

In Alabama il 29% degli elettori era afro-americano e ha scelto Obama con una percentuale soverchiante, il 98 per cento. I bianchi, pari a due terzi di chi è andato a votare, hanno dato a Obama solo il 10% dei voti. Kerry prese il 19% dei voti dei bianchi quattro anni fa.
Il dato più significativo è però che il 51% degli elettori democratici bianchi ha scelto McCain contro il 47% di Obama.

In Louisiana il 29% di chi ha votato era nero e il suo voto è andato al 94% a Obama. Dei bianchi però, che costituiscono il 65% dell’elettorato dello stato, solo 14 su 100 hanno votato Obama. Nel 2004 Kerry fu votato da 24 bianchi su 100.
Qui i democratici bianchi hanno votato McCain addirittura 60-38, con un margine di più di venti punti.

Se guardiamo poi l’Arkansas, vediamo che il 95% del voto dei neri - non moltissimi qui, il 12 per cento della popolazione - è andato a Barack Obama. John McCain ha beneficiato del 68 per cento tra i bianchi - che sono l’83% dell’elettorato -. Quattro anni fa Bush, con ben altri chiari di luna per il Partito repubblicano, non riuscì a strappare più del 63 per cento tra i bianchi.
E anche se qui, patria di Bill Clinton, i democratici bianchi sono andati con Obama 68-28 (il che significa che comunque quasi un democratico bianco su tre non se l’è sentita di votare il senatore nero dell’Illinois), ben il 74% degli indipendenti bianchi ha premiato il candidato repubblicano.

L’Oklahoma è diventato quest’anno lo stato più repubblicano di tutta America, strappando lo storico primato a territori come Utah, Idaho o Wyoming. Gli indipendenti bianchi in questo stato sono andati a McCain 65-35 e i democratici bianchi hanno sostenuto Obama con un margine piuttosto ristretto, 59-41. Inoltre Obama ha perso più del 5% tra gli elettori anziani e di mezza età rispetto a Kerry.

In Tennessee i neri (il 12%) hanno scelto Obama al 94% e i bianchi (l’84%) hanno votato McCain al 63%. Obama ha perso il 7% rispetto a Kerry tra gli ultra-65enni, il 4% tra chi si definiva democratico e il 3% tra chi si definiva indipendente.

Tutti questi dati, estrapolati dagli exit poll realizzati nel 2008 e nel 2004 da Edison/Mitofsky per il consorzio composto da tutti i network americani, non sarebbero così significativi se, sul piano nazionale, Obama non fosse cresciuto rispetto a Kerry tra i bianchi (43% contro 41%), gli elettori con livello di istruzione medio e medio-basso (63% e 52% contro 50% e 47%), gli indipendenti (52% contro 49%) e i moderati (60% contro 54%) e rimasto agli stessi esatti livelli di Kerry tra i democratici (89%) e gli ultra-65enni (45%).

Il fatto insomma che un territorio ben identificabile geograficamente sia rimasto essenzialmente sordo al vento del resto del Paese è senz’altro un motivo di riflessione a cui dedicare un po’ di attenzione.

Lorenzo Pregliasco

“AAA Pornostudenti offresi” Inchiesta - di Franco Laratta

Novembre 10, 2008 di il Politico.it  
Nel canale Politica

Secondo appuntamento con la collaborazione dell’On. Laratta con il Politico.it. Il deputato del Partito Democratico ci propone stavolta un’inchiesta sul fenomeno, grave e in parte sconosciuto, della prostituzione tra gli studenti: scopriamo che sono in molti, oggi, purtroppo, ad offrire a pagamento il proprio corpo per potersi mantenere gli studi. Quindi l’annuncio di una serie di proposte al Governo. Da parte nostra ci faremo carico, nelle prossime settimane, di stimolare il dibattito coinvolgendo esponenti di maggioranza e opposizione. Commenta l’articolo all’interno       Nella foto, la home di Studenti.it con l’inchiesta da cui è stato tratto spunto per questo articolo di FRANCO LARATTA* “Pornostudenti offresi”, titolava il numero di dicembre del magazine di “Studenti.it”, portale web tra i più frequentati dai giovani italiani. La scottante inchiesta, condotta da Matteo Scarlino e ripresa dai maggiori quotidiani nazionali, ha acceso i riflettori sull’ inedita e sotterranea abitudine di tanti nostri ragazzi, sempre più disposti a cedere alla tentazione di vendere il proprio corpo per mantenersi agli studi. Accanto alle passeggiatrici tradizionali, ai viados, ai marchettari di pasoliniana memoria, ragazzi della porta accanto stanno rosicchiando significative fette al mercato delle prestazioni sessuali a pagamento. E’ lo sdoganamento della prostituzione: non solo tappa amaramente obbligata per chi è in condizioni di bisogno e spesso non ha alternative, ma anche pratica più disinvolta, ingentilita oggi da tanti bei visi acqua e sapone che disertano l’umiliante marciapiede per sostare nelle più sicure autostrade virtuali in cui adescare e farsi adescare, considerando la compravendita dell’intimità un business come un altro. Un modo veloce per far soldi, forse anche meno devastante per la propria autostima di qualsiasi lavoro sottopagato, al nero e senza garanzie. Il fenomeno non è ancora di massa, ma i numeri sono di quelli importanti. Le prospettive di crescita ottimistiche (o pessimistiche): il mercato tira perché prenotare un’oretta di piacere con ragazzi “normali” è più allettante, immediato e anonimo che frequentare i luoghi di batuage, che lasciano ai benpensanti, frequentatori una tantum del peccato, più segni sulla coscienza. Qualche tempo fa, Varsity, il giornale studentesco della prestigiosa università di Cambridge, aveva rivelato come molte studentesse preferissero prostituirsi o esibirsi in striptease per pagarsi i corsi piuttosto che lavorare nei supermercati. Complice Internet, mezzo straordinario nel mettere in contatto le persone tra loro, il fenomeno si è quindi diffuso in Italia, con alcune peculiarità: il crescente numero di maschi tra i suoi attori; ed il fenomeno degli studenti meridionali che, probabilmente perché in difficoltà, devono trovare un modo per fare soldi e mantenersi così agli studi, senza gravare troppo sulle famiglie. Cifre alla mano: su cinquecento annunci di prostituzione maschile trovati nei siti specializzati della rete è risultato che un quarto di essi riguardano studenti universitari. Milano, Roma, Napoli, Bologna le città degli inserzionisti. Quaranta-cinquantenni che si dichiarano eterosessuali, con discrete disponibilità economiche, i clienti più assidui. Solo il 14% degli intervistati dichiara di conoscere ragazzi che si offrono dietro compenso. Ma il timido dato è smentito dall’annuncio-esca lanciato dal giornalista che ha coordinato l’inchiesta: appena sei minuti per avere il primo contatto e quarantuno e-mail in una giornata! Il tariffario tiene conto di due variabili: l’avvenenza di chi si offre e la categoria alla quale appartiene. Ci sono i “camboy”, che si mostrano all’interlocutore attraverso una webcam e nel tepore della propria stanza scoprono centimetri di pelle, improvvisano spogliarelli, fino a spingersi al sesso virtuale, con un sensibile aumento in quest’ultimo caso del costo del servizio. Un lavoretto pulito pulito che frutta per trenta minuti cinquanta-cento euro, corrisposti attraverso il meccanismo di ricarica del credito (postepay, europay ecc.): più discreto e meno imbarazzante che ricevere soldi sull’unghia, gesto che inchioderebbe alla consapevolezza della propria svendita, qui invece rimossa. Altra tipologia sono i prostituti gay, che, rispetto ai primi, offrono un vero rapporto sessuale. Sono meno cari (”solo” cinquanta euro) a causa della vivacità del mercato e l’accesa concorrenza tra gli inserzionisti. Per finire, i gigolò e gli escort: di solito eterosessuali i primi, bisessuali gli altri, si accompagnano a donne di mezza età, incassando in media centocinquanta euro a serata, mille per un fine settimana. Guadagni incomparabili rispetto a quelli che uno studente otterrebbe coi classici lavoretti. Una ricerca Udu (Unione degli Universitari)/Cesar dello scorso anno ha fissato a cinquecento euro la retribuzione media di uno studente lavoratore. Frustrante, se si pensa che per sbarcare il lunario bastano una connessione internet, un indirizzo e-mail, ed ecco affacciati alle visitatissime vetrine di comuni siti di annunci (annunci.it, bacheca.it, kijiji.it, vivastreet.alice.it) o specializzati (maschiperte.com, escortstar.it, pianetaescort.com, escortiamole.it, ragazzeinvendita.it). Il cliente sfoglia online il catalogo e per avere conferme sulla bontà dell”articolo’ chiede di esser accolto nella community che il prescelto riunisce grazie ad un programma di instant-messaging. Una fugace ma indicativa apparizione in webcam e se il richiedente si ritiene soddisfatto si passa a perfezionare i dettagli dell’incontro, non ultimi quelli economici.  Scorrendo le pagine web dei siti menzionati salta all’occhio la presenza di molti studenti meridionali fuori sede tra gli inserzionisti. Quello dei ragazzi e delle ragazze del sud che offrono prestazioni sessuali in cambio di soldi è forse l’altro aspetto, quello meno conosciuto, delle sempre più grave e ignorata ‘questione meridionale’. Le famiglie di appartenenza versano in gravi difficoltà economiche e non riescono a mantenere i figli nelle Università del centro-nord. I ragazzi, dal canto loro, vogliono pesare di meno sulle rispettive famiglie, proprio perché conoscono i problemi di chi vive in Calabria, dove famiglie monoreddito e precariato rappresentano un vera emergenza. Ed ecco alcuni esempi di annunci di studenti universitari: <<Ciao, sono uno studente meridionale fuori sede e frequento l’università in questa splendida città, purtroppo ultimamente sotto l’aspetto economico la situazione si è aggravata pesantemente, non me la cavo benissimo mentre al contrario le mie ambizioni e i miei bisogni accrescono sempre più. Per come la vedo io non sempre scendere a compromessi è una cosa negativa, soprattutto in questo periodo spartiacque della mia vita. Detto questo, l’annuncio (reale) è rivolto a donne e coppie serie e distinte che intendano passare del tempo con me, preferibilmente la sera>>. <<Giovanissimo studente meridionale fuori sede vende il proprio corpo tonico e trasgressivo per soddisfare ogni tuo piacere>>. <<Giovane accompagnatrice studentessa universitaria fuorisede, 25enne, si offre per cene e weekend a solo signori maturi, eleganti e generosi>>. E sul versante della domanda di prestazioni sessuali, onorate con “rose” e regali, che nel gergo indicano denaro contante, termine volgare scrupolosamente aggirato per non offendere la sensibilità altrui e appannare la propria dignità, leggiamo: <<Manager quarantenne, sportivo, regala 200 rose a studente maggiorenne max 25 enne per due ore di compagnia. Discrezione,pulizia,serietà>>. <<40 enne bella presenza offre camera singola gratuitamente in cambio di prestazioni sessuali a ragazza universitaria di bella presenza>>. <<Sono un uomo NON gay, alto, molto interessante, educato e pulito, farei un bel regalo a un bello studentello bisognoso o giovane lavoratore meridionale max 30 anni>>. Senza sottrarre tempo allo studio, si raggiunge così una parziale o totale indipendenza economica che consente di vivere senza affanni, non pesando sul bilancio della famiglia. Discorso ancor più vero per gli universitari fuori sede, come verificato, tra i più interessati dal fenomeno, che in una congiuntura economica negativa hanno dovuto far fronte a tasse d’iscrizione proibitive (specie negli atenei più grandi e di tradizione) e ad affitti spinti in alto da locatori spesso senza decenza che lucrano sugli studenti offrendo tuguri a prezzi astronomici e rigorosamente in nero. Forse bisognerebbe partire da qui per capire come un’attività non certo edificante abbia trovato terreno fertile tra i cosiddetti “insospettabili”. Combattendo magari il rossore sulle gote e spegnendo le sirene che hanno annunciato lo scandalo e non tacciono neppure ora quando sarebbe opportuno concentrarsi sul da fare. Se bene e male non sono più oggettivi, riconoscibili universalmente, e stabilire cosa è valore e cosa no è affidato esclusivamente al singolo individuo, anche prostituirsi a breve sarà considerato un lavoro come un altro. Un relativismo pericoloso e irrispettoso nei confronti di chi questa vita non l’ha scelta ma la subisce. Guadagnare dispensando piacere, nell’immaginario dei maschi più esuberanti potrebbe rappresentare un modello di vita quasi auspicabile. Annunci molto sfrontati confermano questa tendenza. Ma nella maggior parte delle interviste fatte a ragazzi che già da tempo svolgono quest’attività (sempre fonte Studenti.it) si registrano parole come obbligo, guadagno, quasi mai piacere. L’entusiasmo misto alla paura e all’incoscienza delle prime volte è sempre meno ricorrente. Come se l’esperienza abituasse il corpo a svolgere il proprio compito sospendendo le emozioni. Ma con le cifre lusinghiere che si percepiscono smettere per tornare ad un impiego tradizionale richiede grande volontà. Cosa fare per arginare questo fenomeno? Possono le istituzioni far finta di niente? Credo proprio di no. E’ doveroso tener distante dai giovani il fascino della commerciabilità del sesso e l’idea che tutto abbia un prezzo, prima che essi vengano allettati da tale scorciatoia. Il rischio che questo proposito riempia solo una paginetta di buoni sentimenti, utile a strappare il sorriso sarcastico degli interessati e intanto il padrone di casa sta bussando alla loro porta, è alto. Inevitabile, se non si risponde con interventi seri e solleciti per garantire con più incisività quel diritto allo studio tanto caro alla nostra Costituzione. Dunque, cosa può e deve fare il Governo di un Paese in casi come questi? Sto preparando una proposta al Ministro della Pubblica istruzione a favore degli studenti universitari fuori sede. Molti gli interventi che suggerirò al Governo: ad esempio la riduzione delle tasse universitarie (oggi piuttosto sostenute), l’aumento del numero delle borse di studio , l’incremento dei contributi straordinari per i meno abbienti e i più meritevoli, più buoni pasto, aumento consistente degli alloggi per gli studenti fuorisede. E ancora: agevolazioni nei trasporti, convenzioni con associazioni per svolgere gratuitamente attività ricreative, culturali ecc. Come pure: incentivi a quelle aziende che assumono studenti in regime di part-time , purché con regolari contratti e a cifre dignitose. Occorre, quindi, investire nell’istruzione per scongiurare i fenomeni di cui sopra e garantire al Paese un futuro. Franco Laratta*

Rumor tra grandi quotidiani e politica: “Repubblica” al centro?

Novembre 8, 2008 di il Politico.it  
Nel canale Politica

Rumor tra grandi quotidiani e politica: “Repubblica” al centro?

Novembre 4, 2008 di Redazione 

E’ un’indiscrezione e va presa con le molle. Tuttavia la voce, da qualche tempo, gira: con il Corriere sempre più in sintonia con la sensibilità della maggioranza del Paese che fa riferimento al centrodestra, il gruppo di Carlo De Benedetti (nella foto di prima pagina) starebbe pensando di aggiustare l’assetto politico del quotidiano. Il recente cambio di direzione all’Unità (che rafforza il giornale nel centrosinistra) contribuirebbe a questo cambiamento. Con la cautela del caso, ci ragioniamo sopra.

Nella foto, prime pagine di “Repubblica” e “Corriere”

di Luca LENA

A prestare orecchio dove non vi è rumore spesso si distinguono voci in sottofondo. E quello che emerge come un’incomprensibile sensazione assume un’aria più familiare se inserita nel contesto da cui proviene. In questo caso è il mondo editoriale italiano che funge da palcoscenico per la vicenda, in virtù di alcuni malcelati segnali che potrebbero riguardare l’assetto politico di Repubblica, in un intreccio a dir poco speculativo di ipotesi legate ad altri due importanti quotidiani: il Corriere della Sera e l’Unità.
Pare che Carlo De Benedetti, editore di Repubblica dalla fine degli anni ottanta, sia intenzionato a spostare più verso il centro la visione politica del quotidiano. Ed è proprio qui che si inserisce l’impronta del Corriere della Sera sempre più aderente alle politiche di destra, e il recente cambiamento direzionale dell’Unità con l’arrivo di Concita De Gregorio.

Nel reticolo di ideologie e conflitti economici, non sorprenderebbe la volontà di Repubblica di annettere nuovi bacini d’utenza, anche a scapito di snaturare in parte una traccia politica ormai consolidata.
De Benedetti è un imprenditore di grande esperienza e sa benissimo che il rinnovamento è alla base di ogni evoluzione, soprattutto quando è quest’ultima ad assecondare l’innovazione. Aspetto che all’Unità hanno capito da tempo, in considerazione dello stravolgimento ai vertici operato dall’editore Renato Soru. L’assunzione di Concita De Gregorio, stimata scrittrice e giornalista italiana, ha suscitato alcune critiche non certo indirizzate alla qualità del nuovo direttore, ma piuttosto all’immotivata sostituzione del predecessore Antonio Padellaro. In molti hanno visto in tutto ciò un attacco alle posizioni radicali che da sempre distinguono il giornale fondato da Gramsci. Eppure, con questa mossa, l’Unità potrebbe occupare una parte sempre più considerevole dell’elettorato di sinistra. Se, infine, il Corriere della Sera lasciasse ancor più spazio solidificando la posizione attuale, si capisce come per Repubblica sarebbe comprensibile l’istinto di strizzare l’occhio ad una visione maggiormente centrista della cultura politica italiana.
Inoltre, a soffiare sulle nuvole foriere di cambiamento, si aggiunge la variazione al vertice del gruppo Espresso - anch’esso gestito da De Benedetti -, con l’arrivo di Monica Morandini al posto di Marco Benedetto, amministratore delegato in carica per ventiquattro anni. Una piccola avvisaglia per il comparto Repubblica che, in una lettera aperta, ha portato la redazione a rivendicare “un ruolo da protagonista nella declinazione dei prossimi piani di sviluppo, fino ad auspicare un incontro con il presidente esecutivo Carlo De Benedetti”.

Si nota, insomma, che anche se la tempesta non è ancora giunta, in molti stiano già aprendo gli ombrelli. Lo stesso De Benedetti in un’intervista recente ha comunque voluto smentire le voci di un eventuale cambio di direzione, ribadendo la propria sincera amicizia e stima professionale con l’attuale direttore Ezio Mauro. A questo proposito è importante aggiungere che, all’interno del giornale, sono ancora molto influenti personalità come Eugenio Scalfari, ex direttore del quotidiano e attualmente editorialista, il quale difficilmente aprirebbe a disposizioni eccessivamente lontane da quelle attuali.

Luca Lena

“L’affaire Moro” di Sciascia, una realtà politica e un romanzo noir

Novembre 8, 2008 di il Politico.it  
Nel canale Politica

Tre mesi. Dal giorno del ”prelevamento” a quello del ritrovamento del cadavere. Due schieramenti: le BR e lo Stato. In mezzo, le lettere del presidente Dc. So- no gli elementi da cui parte la rilettura/riscrittura del caso Moro ad opera di Sciascia, che mette in atto u- na propria “ricerca della verità” che si trasfigura, pe- rò, in finzione letteraria. Il pezzo, di Fabrizio Aurilia. Nella foto, Leonardo Sciascia di Fabrizio AURILIA Il 16 marzo 1978 in via Fani a Roma, viene rapito il Presidente Aldo Moro e vengono uccisi gli uomini della sua scorta. Il 9 maggio in via Caetani a Roma, il cadavere del Presidente Aldo Moro, viene ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4. Questi i fatti puri e semplici. Ma in quei tre mesi scarsi, dal “prelevamento” alla “condanna a morte” (questo il linguaggio dei brigatisti) cosa è successo? Quali sono stati i meccanismi e le mosse dei due schieramenti in campo, le Brigate Rosse e lo Stato? Cosa pensava Moro durante quei giorni da condannato? Su tutto questo Leonardo Sciascia ha scritto di getto il celebre e bellissimo pamphlet, L’affaire Moro, che ha il duplice intento di indagare quei giorni e cercare di riscrivere una verità alternativa: una verità tutta interna al testo letterario. L’affaire è un libro fortemente paradigmatico di quel periodo della produzione sciasciana. Segue infatti a libri in qualche modo profetici come Il contesto, Todo Modo e A ciascuno il suo, in cui l’autore concentra, insieme all’idea stessa della letteratura, quella della politica, dell’etica, della società italiana e del ruolo dell’intellettuale. Siamo nell’Italia del terrorismo, del declino democristiano, degli opposti estremismi e della “strategia della tensione”. Leonardo Sciascia affronta questi temi a suo modo: attraverso la luce della letteratura, attraverso la “verità della finzione”, come scrive sul suo diario pubblico, Nero su nero, proprio durante i giorni del sequestro Moro. E sono proprio le due parole “verità” e “finzione” i poli entro cui si dibatte il testo. La verità ne L’affaire si configura come imprendibile, perché si assiste ad una “scomparsa dei fatti”, nella quale tutto è come se perdesse peso, e la realtà sfumasse nella finzione, o meglio nella letteratura: è in questo momento che a Sciascia sembra che la vicenda di Moro sia accaduta in letteratura. Il reale si trasfigura nella fiction, conferendo al testo un’ambiguità quasi paradossale. Questa tensione verso la verità pare tramutarsi in un dover dire la verità: un dovere che si manifesta non tanto (anzi per niente) verso lo Stato, nei confronti del quale Sciascia nutre una diffidenza tutta siciliana, sempre più profonda, fino all’avversione e alla condanna morale, etica e politica di un’intera classe dirigente, ma esattamente in ossequio al lettore. Detto per inciso, è giusto ricordare che Leonardo Sciascia, come parlamentare del Partito Radicale, fu firmatario della “Relazione di minoranza” presentata dalla “Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani e il sequestro e l’omicidio dell’Onorevole Aldo Moro”, nella quale venivano confutate alcune ricostruzioni ufficiali, e si metteva in dubbio la buona fede dell’operato delle forze dell’ordine. Spesso il discorso dello scrittore siciliano cerca verità alternative che possano configurarsi quali “possibili futuri” in una vicenda che però, il lettore lo sa, è già terminata senza lieto fine. Esattamente come in un romanzo di finzione il lettore si trova a sperare che il covo delle BR venga scoperto, solo perché Sciascia fa intuire alcune possibilità di risoluzione positiva del caso. Il libro è una ricerca di verità, ma di una verità quasi letteraria, attraverso il linguaggio dello stesso Aldo Moro, analizzato frase per frase, con piglio investigativo e mediante l’uso della tecnica dubitativa. Sciascia prende le lettere che il Presidente Dc scriveva dalla “prigione del popolo” e cerca di decifrarle, o semplicemente di leggerle meglio, di dare credito alle parole di Moro. Mentre tutti credono che Aldo Moro scriva quelle lettere sotto le pressioni più o meno psicologiche dei brigatisti, o annebbiato dai dolori di una condizione di prigionia angosciante, Sciascia sembra essere l’unico che gli dà credito, che cerca di riscrivere la vicenda con gli strumenti della finzione: le armi che gli sono più congeniali. Quelli che nella realtà del caso Moro sono gli uomini, nella finzione de L’affaire sembrano divenire personaggi dotati di tratti e caratteristiche. Soprattutto il protagonista, Aldo Moro, viene raccontato quale personaggio in evoluzione; potremmo dire a tutto tondo. Il Presidente Moro vive contestualmente su due piani differenti, che spesso si incrociano: vive nella finzione del narratore, il quale, dal proprio punto di vista ne racconta le gesta, prima e durante il rapimento; ed esiste come uomo politico verso il quale Sciascia non provava alcuna simpatia, ma che riteneva, per citare Pasolini, “il meno implicato di tutti”. In questa duplice concezione avviene quasi un miracolo letterario: se da un lato Aldo Moro deve essere giudicato per le sue opere, le sue indecisioni politiche, la sua responsabilità per la gestione del potere in Italia, dall’altro, quello della finzione scenica creata dall’affaire, egli è solo un personaggio: un personaggio che andava salvato. E attraverso la finzione letteraria costruita con garbo e levità da Leonardo Sciascia, Aldo Moro sarà salvato. Egli morirà certo, ma a lui verrà affidato l’ultimo messaggio, quello che allo scrittore siciliano sta più a cuore: la pietà, non in senso cristiano, ma in quello umano e civile. Come i personaggi pirandelliani che vengono disconosciuti dagli altri attori della commedia perché perdono la maschera e si fanno uomini veri, così Aldo Moro si tramuta nell’ “uomo solo” che lotta contro lo Stato, che lo disconosce e non lo vuole salvare, e contro la morte, estrema compagna della narrativa sciasciana. Il Presidente della Dc, ormai lasciato al proprio destino, sembra opporsi ad un intero sistema, quel sistema politico che egli stesso ha incarnato, e che ora gli volta le spalle. Siamo di fronte ad una sconfitta, ad una disillusione, che già conoscevamo ancora prima di metterci alla lettura de L’affaire Moro, ma che nella finzione letteraria, fatta di rimandi, citazioni, disvelamenti e paradossi, si mostra nella sua drammaticità totalizzante: una tragedia civile, un gioco delle parti in cui ambiguità e dubbio non smettono di andare a braccetto. Ma rileggendo tutto da capo, forse, si scoprirebbero infinite altre possibilità. Come scrive nelle ultime righe Leonardo Sciascia, citando un maestro della letteratura moderna, Jeorge Luis Borges: “Il lettore, inquieto, rivede i capitoli sospetti e scopre un’altra soluzione, la vera”. Fabrizio Aurilia

Abbiamo dedicato l’apertura al teatro: ecco “Ritter, Dene, Voss”

Novembre 8, 2008 di il Politico.it  
Nel canale Politica

Inauguriamo la rubrica teatrale e andiamo, con l’aiuto del bravissimo Federico Betta, a scoprire questo testo del drammaturgo austriaco messo in scena a Roma. E’ un piacere leggere le recensioni di Betta, che comincia, con questo lavoro, la sua collaborazione con il Politico.it Nella foto, Thomas Bernhard di Federico BETTA

Ritter, Dene, Voss

di Thomas Bernhard traduzione Eugenio Bernardi regia Piero Maccarinelli con Massimo Popolizio, Maria Paiato, Manuela Mandracchia Piero Maccarinelli torna alla messa in scena di un testo di Thomas Bernhard. Dopo Il riformatore del mondo, Alla meta e Prima della pensione, questa è la volta di Ritter, Dene, Voss, che, prodotto dal Teatro di Roma, ha debuttato al Teatro India il 21 ottobre del 2008. Un testo difficile, in un ambiente unico, la sala da pranzo della casa di famiglia, un gioco al massacro tra i tre figli dell’industriale Worringer. La scena si presenta da subito contraddittoria, lineare e barocca, in una spazio racchiuso da pareti spaccate in angoli e spigoli, ricoperte da carta da parati in bianco e nero, un tavolo con sedie, due madie, una pendola e troneggianti ritratti a olio degli avi di famiglia. Uno spazio come una cella dai contorni distorti, tipica location degli scritti di Bernhard, un luogo incastrato nel tempo, un ‘inferno Worringer’ come lo chiama il fratello maggiore, il grande filosofo, recuperato dallo Steinhof, estirpato dalla casa di cura per malati mentali, per tornare a casa tra le sorelle. Tornare tra gli affetti, i ricordi, le tenerezze. Ma questo è forse il nucleo del testo: che cos’è la propria casa? Dov’è il posto in cui noi ci sentiamo veramente casa? In un feroce ribaltamento delle parti, in un rimando continuo a quello che è stato e quello che potrebbe essere, nella forzata ricaduta nella propria condizione, il gioco grottesco, tragicomico, sempre surreale di un vischioso rapporto fraterno, non trova pace, non si placa su fatti acquisiti e sentimenti pacificanti. “Tre personaggi al limite della follia, tre variazioni sul tema dell’individuo moderno minacciato nella sua singolarità e nel proprio rapporto con il mondo”, commenta il regista, ci immergono nella condizione di un tempo privo di vie di scampo. Una continua fuga dall’infelicità, movente unico dell’esistenza, e inesorabilmente fallita, nell’arroventarsi delle stesse discussioni, nella falsa tranquillità di una colazione ripetuta uguale per trent’anni. Ma il testo non si ferma alla riflessione esistenziale, ma si apre, tra le parole ridicolizzate dalle interpretazioni sopra le righe di Massimo Popolizio, Maria Paiato e Manuela Mandracchia, ai temi cari all’autore: chi decide per noi? Qual è la nostra libertà? Come muoverci di fronte ai poteri dell’accademia, dell’alta cultura, dei detentori della morale, della giustizia e della verità? E allora, di monologo in monologo, Ludvig, contro la sorella che lo vuole bambino infligge parole come stilettate, armi affilate ad uso di menti critiche, contro il potere di sopraffazione di genitori, medici, arcivescovi e specialisti d’ogni genere, che esautorano la libertà delle persone, arrogandosi il diritto esclusivo al dire e al fare. Bernhard è stato un frequentatore delle filosofie continentali, soprattutto quelle tedesche di Nietzsche, Kirkegaard e Schopenauer, e i suoi personaggi sono sempre a confronto coi loro sistemi e la frantumazione degli stessi, nelle poco rassicuranti esperienze quotidiane. La filosofia è materia per il pensiero, per la costruzione intellettuale, ma poi ci ritroviamo coi nostri corpi, con la nostra condizione di individui soli e tutto si infrange. E anche a questo punto, “nel momento in cui non si ha niente da dire e ci sarebbe tutto da dire” Bernhard torna al tema del potere. Il pensiero, se rimane invischiato nei gangli della logica formale, nella chiusura di un sistema perfetto, non è altro che violenza e imposizione. Sopraffazione, che solo la vita, con le sue mille sfaccettature, può mettere in crisi. Ed è a quel punto che Ludvig, il fratello maggiore, che come i pazzi di Nietzsche e i ciechi della tragedia parla una lingua che pochi comprendono e i più giudicano delirio, rovescia la tavola frantumando le ricche stoviglie di boemia, in un impeto di follia, che non è altro che “un esercizio, per cercare ancora una volta il senso della vita”. La regia è asciutta, studiata su direttrici di movimento lungo il palco, da una parte all’altra della grande tavola centrale. Tutto attorno a uno spiraglio di fuga, sulla parete di fondo, una porta dalle ante battenti che tornano sempre su se stesse, a rimandare indietro chi cerca di scappare, in un movimento che lascia uno strascico, ante che traballano davanti a noi prima di chiudersi, come ogni azione con le sue conseguenze. Federico Betta

Conosciamo Bjork, elfo d’Islanda

Novembre 7, 2008 di il Politico.it  
Nel canale Musica

Oggi parliamo di giovani, e apriamo così anche la rubrica musicale. Musica contemporanea, elettronica. Parliamo di Bjork, la cantante islandese dalle sonorità “a volte inquietanti”, poco easy listeaning, come ce la descrive, in questo ritratto, la nostra Dejanira Bada.

Nella foto, la cantante Bjork

di Dejanira BADA

 

Si dice che il genio sia prerogativa e virtù dei folli. Se è così, Bjork è davvero matta come un cavallo e senza ombra di dubbio assolutamente geniale. Personaggio controverso, poliedrico, di nicchia, ma amata in tutto il mondo da giovani e non solo, Bjork è ormai sulla scena da più di quindici anni.

 

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“Ragazze di Riad”, sulla ricerca dell’amore nella società Saudita

Novembre 5, 2008 di il Politico.it  
Nel canale Politica

“Ragazze di Riad”, sulla ricerca dell’amore nella società Saudita

Ottobre 31, 2008 di Redazione 

di Amalia DI CARLO

Ragazze di Riad è la prima opera di una studentessa venticinquenne, Rajaa Alsanea. Dopo aver raggiunto varie parti del mondo, a gennaio di quest’anno “Ragazze di Riad” è arrivato in Italia edito da Mondatori.
Racconta la storia di quattro ragazze saudite, narrata da una di loro. E’ un coraggioso ritratto della società saudita, attraverso lo sviluppo di un unico tema: l’amore e la disperata ricerca da parte di queste quattro giovani del sentimento puro.

La giovane scrittrice non usa i nomi autentici delle protagoniste per evitare che le amiche possano essere identificate ed incorrere, per questo, in pericoli.
Rajaa inizia a narrare la storia il 24 febbraio del 2004, inviando il primo racconto via e-mail ad una numerosa serie d’indirizzi di posta elettronica e continuando a farlo all’incirca per un anno, fino al 18 febbraio del 2005. Il passaparola raggiunge cifre inaspettate per l’autrice, fino alla decisione di raccogliere quei frammenti di vita, narrati nel corso di un anno, in un libro, per fare in modo che tutto il mondo possa conoscere la condizione della donna saudita.
La narrazione è diretta, semplice e immediata, priva di omissioni; per questo motivo il libro scandalizza il mondo saudita che censura pesantemente “Ragazze di Riad”. Rajaa riceve numerose minacce.
Qamra, Micelle, Lamise e Sadim, le protagoniste, non sono come noi occidentali ci aspetteremmo. Sono giovani appartenenti a famiglie ricche e agiate di Riad, studentesse universitarie che vivono inseguendo il più grande sogno: l’amore; tuttavia le loro giovani vite saranno segnate dalla crudeltà di una società, quella saudita, fondata su pregiudizi e fanatismi. Rajaa denuda la sua società, smascherando le più infime ipocrisie; senza paura, rifiutandosi di abbassare la testa e svelando i segreti più nascosti dell’Arabia Saudita.
L’atmosfera che si respira non è certo quella di “Mille e una notte”. L’amore è vissuto nella piena concretezza e passionalità del ventunesimo secolo. Nuove convinzioni si scontrano con le antiche tradizioni; il profumo degli incensi si mischia alle fragranze parigine e le ragazze di Riad non si accontentano più di soccombere alle ingiustizie. Un libro schietto, senza vergogne, che sbatte in faccia la realtà senza remore verso una società, quella saudita, ancora fuori tempo.

Amalia Di Carlo

Fantapolitica. Ma non troppo… Silvio al Festival di Sanremo? di Franco Laratta*

Novembre 5, 2008 di il Politico.it  
Nel canale Politica

Fantapolitica. Ma non troppo…
Silvio al Festival di Sanremo?
di Franco Laratta*

Novembre 1, 2008 di Redazione 

Con questo (oggettivamente bellissimo, se esiste - ancora - un senso dell’(auto)ironia che ovviamente può e deve essere applicato a 360°) racconto satiri- co sulla strategia di comunicazione del centrodestra, comincia la sua collaborazione con il Politico.it l’Ono- revole Franco Laratta (Pd), che abbiamo conosciuto a fondo nei giorni scorsi attraverso un’intervista che seguiva l’anticipazione di una sua interpellanza sul possibile blocco delle intercettazioni in Italia. Ci muo- veremo nelle prossime settimane per avviare al più presto una collaborazione di questo tipo anche con un esponente della maggioranza di Governo (e, a questo proposito, accettiamo volentieri proposte!). *Deputato del Partito Democratico

A seguire, in coda all’articolo, una dichiarazione (che anticipiamo) dell’Onorevole Laratta sui writers, al centro in questi giorni del dibattito politico

di FRANCO LARATTA*

L’idea sarebbe quella di farlo presentare anche alla Corrida, concorrente fra i concorrenti, ultimo fra gli ultimi. Ma al ministro Bondi questo sembra davvero troppo. Per cui si sta pensando di farlo partecipare al Festival di Sanremo, che si conclude alla vigilia della campagna elettorale per le provinciali e per le europee, con un successo di Mina: Grande grande grande, con un nuovo arrangiamento di Apicella-Bondi-Carfagna.. Ma Baget-Bozzo teme che poi i comunisti di Striscia gli dedichino Parole, parole, parole. Quindi si pensa di recuperare un brano di Pace, Panzeri, Pilat degli anni ‘70: ‘Finchè la barca va’, da cantare insieme al fido Apicella.
Il piano per occupare tutti gli spazi possibili al fine di riscattare la propaganda comunista sul decreto Gelmini, prevede che Silvio non partecipi più né a Porta a Porta né a trasmissioni simili (tanto c’è già stato decine di volte). L’idea è di farlo partecipare da concorrente (perché la cosa non è vietata dalla par condicio) ai maggiori programmi di intrattenimento e spettacolo delle tv! Un’idea geniale, anche perchè quei programmi fanno 8-10 milioni di telespettatori a puntata, contro i 3 di Vespa e di Matrix e di Annozero.
Don Gianni Baget Bozzo ha pianificato bene il tutto: anche l’ingresso di Silvio nella casa del Grande Fratello, proprio nell’ultima settimana, a ridosso delle elezioni provinciali ed europee! Nella più conosciuta casa italiana, Silvio canterà, racconterà barzellette, finirà anche nel tugurio. C’è poi il passaggio, ma solo per 8 giorni, alla nuova edizione dell’Isola dei famosi, dove farà vedere come pescare un pescespada con le nude mani, come cacciare animali feroci senza arma alcuna, come affrontare di notte il freddo e le intemperie senza alcun timore. Alla fine dell’ottavo giorno costruirà a mani nude una zattera, diciamo pure una barca, con la quale andrà via nottetempo. Bondi, dal canto suo, non esclude che possa gareggiare da Amici di Maria De Filippi, così pure alla Prova del cuoco, Affari tuoi, a Uno Mattina di Cucuzza, X Factor in un duetto con Giusy Ferrero. “Ma ad una condizione-dice Cicchitto -: Silvio dovrà sempre e comunque vincere. Sempre al primo posto, per dare agli italiani l’idea dell’uomo imbattibile”. Le sorelle Carlucci e la ministra Mara Carfagna avranno- a tale scopo- carta bianca.
Ma Bondi ha in mente qualcosa in più: “La radio. Non dobbiamo trascurare la radio”. Così si studia bene il palinsesto dei programmi radiofonici più ascoltati. “Potrebbe andare a Viva Radio2 con Fiorello”- “No, già andato più volte”! -”Allora al Ruggito del coniglio o a Caterpillar”. -”No, lo prenderebbero in giro i conduttori di nota appartenenza di sinistra”. Allora si pensa a “Radio anch’io”. Ma nemmeno questo va bene, perché lì ci vanno tutti, anche Veltroni.
“Ci vuole una trasmissione di servizio, che va in onda più volte al giorno, 24 ore su 24, ascoltata da tutti, che per 30 giorni consecutivi gli consenta di stare su Radio uno, Radio due, Radio tre senza limiti né condizioni”. Don Gianni chiude gli occhi e pensa intensamente. Mara suda a freddo, le Carlucci sudano sangue, Bondi trema. Ma don Gianni partorisce l’idea dopo soli 10 minuti di meditazione e collegamento diretto con la Spirito Santo, viene fuori con una proposta clamorosa, di quelle che sono destinate a cambiare il corso della storia: “Gli faremo condurre Onda verdeeee!!”, grida don Gianni. “Bene, bravo, bravissimo”, rispondono all’unisono Pier Silvio, Mara, Gabriella, Mariastella, Cicchitto, Bocchino, la Gregoraci, Fedele Confalonieri (gente che di spettacolo se ne intende) nell’apprendere da Bondi la felice trovata.
Intanto tutti commentano euforici: “Ma ve lo immaginate Silvio che da gennaio ad aprile, in 47 edizioni quotidiane di Onda Verde, annuncia a milioni di automobilisti le code, i tamponamenti, i banchi di nebbia, i lavori in corso ad Alto Pascio, il vento forte a Canosa, le nevicate a Genova, le mille interruzioni sull’A3 e il gelo sulla Basentana? Sarà clamoroso, bellissimo!”.
Vanno da Silvio ad Arcore e gli prospettano l’idea. Ma il Cavaliere, incredibilmente, si incazza di brutto e maltratta don Gianni e il gruppo: “Io non posso e non voglio annunciare tamponamenti a catena e traffico vietato a caravan e autoarticolati! Siete degli idioti: queste notizie sono da comunisti, perché solo loro annunciano disgrazie. Io racconterò agli italiani solo belle notizie, anche quando sono brutte. Come ho sempre fatto finora. C’è nebbia in Val Padana? Balle: annuncerò che splende il sole in tutto il nord Italia. Hanno chiuso per neve la Salerno-Reggio Calabria? Non è vero, cribbio: abbiamo solo deviato il traffico sulla 106 jonica per far risparmiare tempo e benzina agli automobilisti. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, per 30 giorni e 30 notti porterò allegria, calma e serenità a decine di milioni di automobilisti che non crederanno alle loro orecchie nel sentire queste cose da OndaVerde. E alla fine gli italiani se ne convinceranno pure. Come per il decreto Gelmini che non chiuderà alcuna scuola e non licenzierà nemmeno un precario, come per le grandi opere che tutti ormai sanno in via di completamento (e, se guardano bene, anche il Ponte sullo Stretto è quasi pronto), come le tasse che sono le più basse da 50anni, come la criminalità che ormai non esiste più, i romeni scomparsi, gli omicidi azzerati, l’Alitalia salva, le Banche in grande forme, la disoccupazione bloccata, l’economia reale in ripresa”.
La rivoluzione di Silvio piace a don Gianni Baget-Bozzo. E, a pensarci bene, dice don Gianni: ha pienamente ragione Silvio. Tanto che se il Paese crollerà per l’eccessivo debito pubblico, la recessione strisciante, la disoccupazione e la criminalità, a quel punto apparirà nel cielo un aereo con un enorme striscione con su scritto: “Niente paura, siete su Scherzi a parte”!

FRANCO LARATTA*

* Deputato del Partito Democratico

On.Laratta (Pd): No alla caccia ai writers: sono artisti e non delinquenti!

“Se il nostro Governo ha intenzione di lanciare un’emergenza al giorno (ora anche i frigoriferi abbandonati in Campania- e perché no in Lombardia?- diventato pretesto per un nuovo reato penale), sbaglia a considerare i graffitari alla pari di delinquenti comuni: sono anche loro artisti. Conosco alcuni writers che si occupano di mostre, eventi culturali, arte: con una visione alternativa ma convincente. Avvertono con forza la ‘missione’ di valorizzare i quartieri delle città e di decorarli e abbellirli con le loro opere. La street art non rovina e non imbratta, ha una sua etica. Semmai prova ad abbellire la città, a rendere più gradevoli le zone grigie e senz’anima, le periferie desolate, le vecchie fabbriche e le aree dismesse e abbandonate. Danno luce là dove c’è buio: e molte zone delle nostre città sono tristi e desolanti!

Sono artisti di strada da difendere, ragazzi con passione e voglia di creare. Da non confondere con quanti imbrattano e sporcano i monumenti: questi sì a perseguire e allontanare dalle città!”

Intervista all’On. Laratta: “Leggerò ‘Gomorra’ agli …

Novembre 5, 2008 di il Politico.it  
Nel canale Politica

Intervista all’On. Laratta: “Leggerò ‘Gomorra’ agli studenti calabresi”

Novembre 2, 2008 di Redazione 

Con questa intervista all’autore dell’interpellanza sul rischio di blocco delle intercettazioni che vi abbiamo anticipato in esclusiva apriamo la serie di approfon- dimenti dedicata ai nostri parlamentari. Quarantotto anni, calabrese, deputato per il Partito Democratico, Laratta è, tra il resto, protagonista di un trentennale impegno per il sud e contro la mafia e la criminalità organizzata. Nel colloquio con il nostro vicedirettore ci parla di questo, di scuola, di Obama e del suo grande amore per Mina. Sentiamolo.

Nella foto, tratta da www.francolaratta.it, l’Onorevole Laratta (al centro) accanto a Walter Veltroni

di Luca LENA

Quarantotto anni, calabrese, deputato per il Partito Democratico, attivo oppositore della mafia con servizi di approfondimento e inchieste giornalistiche. Ma anche scrittore, autore di saggi, appassionato di letteratura e musica. Franco Laratta è un personaggio sicuramente poliedrico, capace di coniugare con estrema semplicità due poli apparentemente opposti come politica e arte. Si mostra aperto ma realista nel difficile recupero culturale del meridione, e critica senza mezzi termini l’attuale operato del governo.
Onorevole Laratta, com’è nata la volontà di intraprendere la carriera politica?
“In realtà sono sempre stato at0tratto dalla visione politica della vita. Sin da giovane ho diretto alcune radio libere calabresi, in seguito ho assunto la direzione di alcune testate giornalistiche impegnandomi nel divulgare la realtà mafiosa radicata nel meridione. Successivamente sono diventato assessore nella provincia di Cosenza, fino ad avvicinarmi al partito della Margherita, entrando in contatto con alcuni esponenti come Dario Franceschini”.
Lei è anche autore di libri e saggi. Quali sono gli scrittori e pensatori che hanno prodotto su di lei maggiore influenza?
“Dal punto di vista letterario ho una passione per Kafka, ma se ci spostiamo in ambito più filosofico devo citare l’abate Gioacchino da Fiore che purtroppo in Italia è poco conosciuto. Eppure il suo pensiero ha ispirato personalità illustri come Dante - che lo cita nella Divina Commedia -, ma anche Michelangelo e Cristoforo Colombo”.
Rimanendo in campo artistico, lei ha una vera e propria predilezione per Mina. Cosa rappresenta questa passione?
“Mina non è solo una passione ma la vera e propria colonna sonora della mia vita. Quando la scoprii per la prima volta, ascoltando a un Juke box la canzone “E poi”, rimasi folgorato dalla bellezza della sua voce. Da quel momento l’ho sempre seguita riuscendo perfino a conoscerla grazie all’amicizia con suo figlio Massimiliano. In ogni caso sono sempre stato appassionato di musica, un interesse che mi ha portato anche a scrivere di critica musicale. A questo proposito verso la fine di dicembre uscirà un mio libro su Mina, che affronterà il cambiamento culturale nell’evoluzione del costume italiano”.
Passando a temi politici, lei ha più volte criticato il governo di tagliare le risorse per il meridione.
“Al sud si è sempre investito in maniera sbagliata. Non bisogna spendere di più, bisogna spendere meglio. La famosa autostrada A3 è in pratica una mulattiera, la ferrovia ionica ha un solo binario non elettrificato; si tratta insomma di saper dove mettere i soldi. E ovviamente rimango sconcertato quando scopro che lo Stato vuole riprendere i fondi FAS (Fondo Aree Sottoutilizzate) per investire altrove. Inoltre con i tagli alla magistratura e alle forze dell’ordine sicuramente non si difende la legalità. Bisogna riformare la classe dirigente al sud, in modo da assicurare una crescita certa”.
Ultimamente ha inviato a Fini una lettera proponendo di invitare alla camera Roberto Saviano. Come vede la situazione che sta vivendo lo scrittore napoletano.
“In breve comincerò un tour nelle scuole calabresi durante il quale leggerò alcuni passaggi tratti dal libro “Gomorra”. Credo che il primo passo nella lotta alla mafia sia quello di suscitare una reazione culturale. Al sud non ci si impegna all’attività politica, si tende a lasciar correre. In alcune zone del meridione si avverte un’aria pesante e pericolosa ma il silenzio e l’indifferenza verso il problema della mafia sono spesso causate dalla mancata presa di coscienza del problema. Roberto Saviano è oggi il simbolo di questa resistenza e, attraverso il suo libro, bisogna accendere nei ragazzi la voglia di conoscere e impegnarsi in questa delicata questione”.
Parlando ancora di tagli, in questi giorni assistiamo a fenomeni di protesta in tutto il paese, soprattutto per quanto riguarda la riforma Gelmini.
“Non dico che la scuola non debba essere riformata, ma il governo decide di attuare tagli orizzontali senza alcun criterio, né un piano di fondo. E questo lo dimostra il fatto che gran parte della legge è in realtà inglobata nella manovra finanziaria. Non esiste un provvedimento ad hoc, se non per quel che riguarda il maestro unico, l’obbligatorietà del grembiule e tutti quegli aspetti che in fondo non sono così importanti.
Il problema è che con questa maggioranza non si può lavorare; non c’è la minima possibilità di discussione. Hanno aggredito la costituzione, assumendo il pieno controllo di legiferare senza consultare l’altra metà del parlamento. Eppure basterebbe mettere il naso fuori dai confini per capire come poter gestire criticità come questa; in Germania, ad esempio, di fronte ad una situazione di rivolta simile alla nostra, Angela Merkel ha chiamato a rapporto tutti i presidenti federali, incitandoli a investire all’unisono”.
Un’ultima domanda: tra una settimana verrà eletto il presidente degli Usa. Chi spera che uscirà vincitore e perché?
“Vincerà sicuramente Obama. Il presidente degli Stati Uniti è anche una guida per il mondo intero, ed è troppo importante riuscire a svoltare dopo gli anni di angosce, guerre e fallimenti dell’amministrazione Bush”.

Luca Lena

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