Domenica 30 agosto 2009: conclusione della mostra “Oltre il Muro. Tutto il Teatro in un manifesto. Polonia 1989/2009″
Agosto 29, 2009 di Stefano
Nel canale Appuntamenti
OLTRE IL MURO
UN PROGETTO DI SERGIO MAIFREDI E CORRADO D’ELIATutto il teatro in un manifesto. Polonia 1989 - 2009
Europa Verticale
Fotografie e testi di Monika Bulaj, disegni e scritti di Paolo Rumiz
28 maggio - 30 agosto
Genova, Palazzo Ducale, Appartamento del Doge
A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, Genova propone un momento di riflessione intorno ai temi che da quella data storica hanno segnato la nostra contemporaneità.
In concomitanza con una rassegna di incontri di importanti intellettuali, scienziati e uomini di cultura, Palazzo Ducale ospiterà dal 28 maggio al 30 agosto la mostra “Tutto il teatro in un manifesto. Polonia 1989-2009″.
La rassegna, promossa da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura in collaborazione con l’Istituto polacco di Roma, il Goethe Institut e il Consolato Generale di Polonia, è curata da Sergio Maifredi e Corrado d’Elia con la consulenza scientifica di Pietro Marchesani e l’allestimento di Danièle Sulèwic.
Attraverso un allestimento scenografico, 200 manifesti d’artista, filmati, scenografie e manichini prestati dal Nowy Teatr di Poznan, di cui Maifredi è regista residente, viene presentato uno spaccato dei cambiamenti avvenuti nella società e nella cultura polacca dopo la caduta del Muro di Berlino.
In Polonia, dalla fine dell’800, durante l’occupazione e per tutto lo scorso secolo , fino all’89, il manifesto per le rappresentazioni teatrali realizzato da artisti noti, oltre a essere un modo di fare arte, di grande tradizione, consentiva anche a intellettuali non allineati di comunicare e esprimersi superando i rigidi paletti della censura.
Dopo la caduta del Muro, questa peculiare forma d’arte continua e sviluppa nuove energie e linguaggi personalissimi, che tra procedimenti pittorici e tecniche propriamente grafiche, tra simboli di sorprendente semplicità e suggestive raffinatezze interpretative, raccontano la storia di una produzione teatrale ricca per stile, inventiva e sensibilità.
Come dice Marchesani, traduttore delle poesie della Nobel Wyslawa Szymborska:
“Ci sono tesori che neppure ci immaginiamo dall’altra parte e risorse intellettuali e culturali che nell’Ovest sazio e pingue sembrano straordinarie meteore troppo luminose per essere osservate a occhio nudo”.
I manifesti teatrali polacchi, prodotti in pochi esemplari e utilizzati solo all’interno del teatro stesso, non usano un linguaggio pubblicitario, ma sono vere e proprie opere realizzate da artisti, come Wieslaw Walkuski, Rafal Olbinski, Stasys Eidrigevicius e altri, tutti ormai noti a livello internazionale.
Per introdurci all’esposizione, ma da considerarsi mostra stessa, viene presentato sempre nell’Appartamento del Doge, l’affascinante reportage fotografico “Europa verticale”, risultato della numerose spedizioni lungo l’asse Mar Bianco - Mar Nero, che la fotografa antropologa Monika Bulaj ha intrapreso insieme al giornalista Paolo Rumiz.
Ottanta foto circa, con testi e scritti della stessa Bulaj e di Rumiz, una gigantografia della mappa con cui i due straordinari viaggiatori sono andati alla scoperta di luoghi lontani e ai più sconosciuti, sulla quale potremo mettere i nostri passi, sono il prologo ideale della rassegna e consentono una maggior comprensione di quelle culture e di quei popoli, la cui immagine è troppo spesso legata a stereotipi.
Nasce così dai viaggi nelle terre dell’Est, quello di Maifredi e d’Elia di Teatri Possibili sulle rotte teatrali di Kantor e Grotowski in Polonia, che li porta a tante scoperte tra materiali e artisti e soprattutto di persone; da quelli della Bulaj e di Rumiz che si trasformano in un attraversamento longitudinale del ventre di un’Europa dimenticata, un ampio e originale diario di immagini, emozioni e conoscenze che può far riflettere sui processi di cambiamento e globalizzazione messi in moto dalla caduta del Muro.
“Sono più di vent’anni che zigzaghiamo nel Continente Perduto, lo spazio franco dei fiumi, dei monasteri, delle foreste e dei laghi che segna il centro d’Europa. In questa Terra di mezzo oggi gli ebrei e molti popoli minori sono solo una dolorosa assenza, ma il vecchio mondo è ancora visibile, con le macerie dei grandi imperi. Vent’anni straordinari, vissuti con uno zaino leggero un notes e una macchina fotografica, saltando su ogni mezzo di trasporto: autobus, automobili, biciclette e i favolosi treni dell’Est. Abbiamo cominciato separatamente, prima della caduta del Muro, quando il mondo era diviso in due. Poi abbiamo continuato assieme, nel tempo in cui il Globale sembrava dissolvere il senso dell’Altrove, esplorando la nostra Atlantide dal mondo iperboreo piallato dai millenni alle seghettate montagne di Noé, e abbiamo trovato conferma che il cuore d’Europa batte ancora in quella “Terra Incognita” fatta di periferie dimenticate come Botnia, Rutenia, Dobrugia, Podolia. A suggello di queste straordinarie avventure, abbiamo compiuto un grande viaggio “verticale” dal Mar Glaciale Artico al Mediterraneo - l’Europa è più “alta” che “larga”, lo sapevate? - tagliando il Continente dalle pallide terre del Nord a quelle infuocate del Minotauro. Per farlo, abbiamo camminato in bilico sull’estrema frontiera, quella dell’Unione “stellata”, ultimo “limes” con sbarre, visti, reticolati e polizia. Forse, la nuova Cortina di ferro. Dopo questo grande viaggio che ancora una volta s’è fatto da sé, con la gente e fra la gente, di incontro in incontro, al termine del nostro infinito andare ci siamo trovati con montagne di documenti: migliaia di pagine zeppe di appunti e disegni, e una quantità incalcolabile di fotografie. Erano le briciole di questo Grande Centro perduto, svuotato e spaccato dalla politica. L’anima del Continente, che abbiamo trovato più spesso fuori che dentro quell’impalcatura burocratica che si chiama Ue”. (Monika Bulaj )
IL PERCORSO DELLA MOSTRA
“Oltre il Muro” è una mostra in soggettiva. E’ una mostra che è il punto di vista di alcuni teatranti partiti alla ricerca di un Est che ha ormai perso i suoi confini. Teatranti che si sono fermati a lavorare in Polonia, al Nowy Teatr di Poznan e dagli oblò di quel teatro hanno provato a decifrare ogni successivo incontro. Decidendo di usare una particolare forma d’arte, specifica della Polonia, il manifesto per la scena, come metro per interpretare gli umori, le paure, le ossessioni, le sconfitte e le vittorie di un popolo.
Il manifesto d’arte è una sorta di regia in un metro per settanta centimetri. Una regia in miniatura. Un gioco di sintesi perfetto che suggella lo spettacolo e ne diviene l’emblema.
Da una delle più vaste collezioni di poster esistente al mondo, proprietà di Krzysztof Dydo, di Cracovia, una selezione di manifesti firmati dai grandi maestri della scuola polacca degli illustratori per il teatro.
La mostra ricostruisce l’Arte del Manifesto per lo Spettacolo in Polonia prima e dopo la svolta politica e sociale del 1989.
Sono esposti circa 200 manifesti realizzati da Wieslaw Walkuski, Stasys Eidrigevicius, Wiktor Sadowski, Rafal Olbinski e molti altri maestri, tutti “andati in scena”, tutti realmente utilizzati, esposti in strada, alcuni per poco tempo altri per un periodo più lungo: “ma questa è la vita del manifesto” commentano Maifredi e d’Elia. Tutte le installazioni sono state realizzate da Danièle Sulèwic. Le foto sono di Alberto Rizzerio e Marta Stawaska.
Un’ultima annotazione prima di iniziare il percorso: il manifesto d’arte non si rivela al primo sguardo. Gioca a stupire ogni volta che i nostri occhi tornano a sfogliarlo. Dapprima è una macchia di colore, una figura, un volto. Poi rivela un segno ulteriore, a volte contrario. Da un volto di donna affiora un teschio, da una maschera da libertino settecentesco si mostra un deretano beffardo.
Il manifesto per il teatro va guardato sera dopo sera, compreso nella viva costante ripetizione del suo riproporsi apparentemente identico eppure diverso, come diversa è ogni replica dello spettacolo.
Prologo
Il prologo introduce il visitatore nel mondo del manifesto. Una grande riproduzione del manifesto del Satyricon di Walkuski ci accoglie.
Intanto i protagonisti di questo lungo viaggio nell’Est dell’Europa lasciano tracce per decifrare la loro rotta, come oggetti rimasti nelle tasche dopo un viaggio: un’introduzione scritta con la scenografa Danièle Sulewic che si è occupata dell’allestimento e ha realizzato le installazioni scenografiche che accompagnano la mostra in quasi tutte le sale; un’ironica poesia del premio Nobel per la letteratura Wislawa Szymborska che descrive una Polonia morsa dal freddo, dove i poeti scrivono in guanti ed i suicidi devono scavare buchi nel ghiaccio per raggiungere il loro scopo; il colophon, con i nomi d’obbligo, con i tanti che hanno lavorato duramente per mettere a questo viaggio di trasformarsi in un breve racconto per immagini.
Prima sala: l’Europa verticale
Il viaggio è il tema centrale. Qui, in questa prima stanza, viene affrontato e raccontato da due viaggiatori di lungo corso - Monika Bulaj e Paolo Rumiz - “Europa verticale. Un viaggio per immagini” che, dell’intero percorso, costituisce una sorta di rotta di avvicinamento e racconta la stessa linea d’ombra che Sergio, Corrado, Danièle stanno ormai seguendo da anni, alla scoperta della pancia d’Europa. Alla scoperta di quella geografia labile, mutata ogni decennio sulle carte geografiche ed ancora oggi difficile da collocare nel nostro mappamondo mentale.
Per la prima volta accanto agli scatti ed ai testi della Bulaj compaiono i disegni e la grafica di Paolo Rumiz. Le foto raccontano piccole storie registrate durante il viaggio che li ha portati dal Nord Europa fino a Gerusalemme. Il percorso si chiude con una foto di Monika Bulaj che rievoca il particolare di un dipinto di Caravaggio: due mani incrociate su un letto di fiori.
Sul retro della parete il visitatore entra nella grande mostra dedicata al manifesto attraverso un’opera di Walkuski che riproduce un particolare del dipinto di Caravaggio: la mano di San Tommaso nella piaga del costato del Cristo.
Seconda Sala: la Classe Morta di Tadeusz Kantor nella versione cinematografica di Andrzej Wajda.
La seconda sala si riallaccia alla precedente attraverso l’ingrandimento fotografico di un manifesto del film di Wajda “The Holy Week”, che rappresenta due mani trafitte da un chiodo, segno ambiguo del rapporto della Polonia con il cattolicesimo. “L’atmosfera nelle chiese è fortemente teatrale: a volte ti sembra di capire il teatro polacco seguendo una loro messa”, raccontano Sulewic e Maifredi.
Accanto si assiste alla proiezione del film di Wajda dedicato alla Classe Morta di Tadeusz Kantor, il regista polacco, nato da madre cattolica e padre ebreo, considerato tra i maggiori maestri del Teatro del Novecento.
Completa la sala il manifesto “Omaggio a Tadeusz Kantor”, di Lex Drewinski del 1991.
Cappella: Kaddish in memoria di Faïga Szulewicz
Una sedia vuota. Quattro sculture, come quattro corpi carbonizzati, quattro resti umani non identificati. Uno sgabello vuoto.
Una sedia vuota. Rivolta verso il pubblico. Per essere spettatori del genocidio. Per testimoniare. Per pregare. Per scontare una colpa.
Valige come arche di Noé in cui salvare i pochi stracci prima della fuga, prima della deportazione. Prima di vedersi cancellare dalla cartina geografica.
La suggestione soggettiva è guidata dalla musica del compositore polacco Zbigniew Preisner scritta per la “Doppia vita di Veronica”, del regista polacco Krzysztof Kieślowski (autore della trilogia Film Rosso, Film Bianco, Film Blu, di Decalogo e molti altri film).
Unico indizio scritto: una poesia di Jeanne Bessière.
Quarta sala: il manifesto mezzo di comunicazione di propaganda
Il visitatore si confronta per la prima volta con il manifesto, inizialmente usato come mezzo di propaganda e, solo successivamente, come mezzo per comunicare lo spettacolo teatrale. Gli esemplari in esposizione sono stati realizzati dal 1946 in poi. Nonostante la chiusura con l’Occidente la grafica polacca ha contaminato ed è stata a sua volta influenzata da quella dell’Ovest. “La censura comunista spesso si abbatteva sui testi scritti e non sui manifesti teatrali”, dice Walkuski in una sua intervista. Alcuni esemplari si riferiscono a momenti importanti della Polonia come la giornata del primo maggio, la festa dei lavoratori, l’alleanza fra operai e contadini. A riprova di come il manifesto, anzi di come tutto il teatro in Polonia, si sia sempre intrecciato anche con la vita sociale e politica del Paese.
Quinta sala: il manifesto varca le frontiere dell’Est Europa.
Un muro di cappotti dell’esercito polacco dell’ultima guerra accoglie il visitatore. Si tratta di originali e non di costumi come succede di solito in teatro. “Dentro questi cappotti ci sono stati uomini che sono andati in guerra. Il cappotto è il simbolo del viaggio, copre dal freddo come una coperta, e non importa cosa si indossi sotto, per me rappresenta la casa”, racconta Danièle Sulewic. Al centro, davanti al muro di cappotti, un pupazzo grottesco, un burattino gigante che rappresenta un ufficiale, riporta il visitatore nella dimensione teatrale
L’arte viaggia attraverso le frontiere grazie alla grafica comunista. La rivista svizzera Graphis pubblicava infatti già prima degli anni ‘60 i manifesti polacchi, come ha spesso ricordato Emanuele Luzzati. Una selezione di manifesti di spettacolo, in particolare il manifesto “Jenny” del 1968 di Krajewski, potrebbe tranquillamente illustrare uno spettacolo nella Londra dei Beatles. Alle pareti i poster degli anni ‘90 di Wiesław Grzegorczyk fissano i momenti clou dell’Est Europa e in particolare della Polonia: Una storia infinita - Churchil, Roosevelt, Stalin (Jalta 1945), VII Corsa Notturna di Solidarność 1996, 11th November Independence Day 1996.
Sesta sala: Wieslaw Walkuski, Stasys Eidrigevicius, Wiktor Sadowski
In questa sala sono celebrati i tre maestri di oggi: Wieslaw Walkuski, Stasys Eidrigevicius, Wiktor Sadowski.
Alle pareti sono appesi alcuni preziosi esemplari della raccolta di Dydo. In primo piano un’installazione dedicata al teatro in un manifesto, mentre al centro campeggiano due grandi totem con le biografie degli artisti e l’intervista a Wieslaw Walkuski.
I manifesti esposti si riferiscono a spettacoli di teatro d’opera e di prosa, messi in scena in Polonia. La cultura polacca è eclettica, si trovano spettacoli d’opera italiani, testi contemporanei inglesi, classici tedeschi ed i grandi capolavori della letteratura teatrale nazionale.
Un’intera parete ospita l’installazione di una pedana-palcoscenico. Tre sagome fotografiche alte due metri sono rivolte al pubblico, raffigurano alcuni personaggi protagonisti dei manifesti in mostra. La quarta sagoma è la foto di un’attrice, scelta dal regista Sergio Maifredi per il Raggiratore di Carlo Goldoni, in scena al Teatro Nowy di Poznan: la sua azione ed il suo costume dialogano con la sagoma a lei accanto che, stilizzata, riporta una figura burattinesca e comica come il personaggio da lei interpretato.
A sinistra, accanto alla porta che immette nella sala successiva, una sequenza fotografica, tre scatti ingranditi, del Faust realizzato dal regista Janusz Wisniewski, direttore del Teatro Nowy. E’ il momento in cui Faust si toglie la sottile maschera di lattice. I tre scatti lo fissano prima, durante e dopo. In tutti i poster di Walkuski abbiamo assistito a questo gioco di maschere sottili che ricoprono e deformano il volto raffigurato. Così accade anche sul palco.
Settima sala: il Teatro Nowy di Poznan. Janusz Wisniewski e Sergio Maifredi
La prima parete di questa sala racconta al visitatore l’esperienza teatrale di Sergio Maifredi al teatro di Poznan iniziata nel 2006 con Sei Personaggi in cerca d’Autore di Luigi Pirandello e continuata con Il Raggiratore di Carlo Goldoni (scenografie di Danièle Sulewic, musiche Bruno Coli), ambedue tutt’oggi in cartellone. Due grandi collage fotografici mostrano momenti del backstage: gli attori al trucco, le prove di sartoria e le prove sul palco. L’altra parete racchiude in due pannelli la vita del Teatr Nowy: lo studio del “dramuturg”, i magazzini, i costumi di scena. L’ultimo grande collage fotografico è riferito agli spettacoli di Janusz Wisniewski: in particolare le sue note di regia, i suoi disegni (alcuni suoi manifesti sono esposti in questa sala) ed i volti di suoi attori. Nella sala si incontra il secondo teatro della mostra: un’installazione con al centro la foto dell’Arca di Noè, lo spettacolo più recente di Wisniewski.
Ottava sala, La Soffitta
Le tre pareti dell’ottava sala ospitano i manifesti di altri protagonisti della grafica polacca: Jerzy Czerniawski, Mieczysław Górowski e Rafał Olbiński.
Tra gli esemplari più interessanti l’Elettra di Strauss, il Processo di Kafka e la Traviata di Giuseppe Verdi.
A terra i resti dello spettacolo I Manichini, di Janusz Wisniewski. Gettati lì, come in una soffitta, come Totò e Ninetto Davoli, burattini rotti, morti ammazzati e scaraventati nella discarica da un indifferente Monnezzaro, come nel “Cosa sono le Nuvole?” di P.P.Pasolini.
Nona sala
Due manichini riproducono una scena del Faust di Wisniewski. Le sculture sono identiche in tutto e per tutto agli attori. Sulla parte opposta le immagini degli ultimi spettacoli del Teatro Nowy scorrono su un monitor.
Decima sala: La grafica dopo il Muro
La grafica polacca riscuote oggi grande successo e circola all’interno dell’Unione Europea. Alla parete destra il visitatore trova quattro manifesti originali di grandi misure che Michal Batory ha realizzato per la stagione del Théâtre National de Chaillot di Parigi.
Di fronte altri esempi di grafica contemporanea con forte senso di ironia, si veda l’affiche di Boguslanski per il Tytus Andronikus di William Shakespeare: il profilo del generale romano è reso direttamente attraverso una bistecca di carne cruda dal profilo vagamente antropomorfo. Una grande installazione di Danièle Sulewic è montata a formare piccole celle nelle quali sono inserite teste di manichini e piccole bambole-giocattolo: cassette da patate come vagoni ferroviari piombati… teste seriali da svendita in magazzino come 12.000 giovani ufficiali di complemento uccisi uno ad uno dai Russi a Katyn, pelli chiare e pelli scure come a dire che non sappiamo bene dove collocare la Polonia, figuriamoci il Rwanda…
Buon viaggio.
Maifredi- Sulewic - d’Elia
SCHEDA TECNICA E INFORMAZIONI
Titolo della mostra
Oltre il Muro.
Tutto il teatro in un manifesto. Polonia 1989-2009.
Europa Verticale
Date
28 Maggio 2009 - 30 agosto 2009
Ideazione progetto
Sergio Maifredi e Corrado d’Elia
Consulenza scientifica
Pietro Marchesani
Progettazione allestimento, installazioni e collage fotografici
Danièle Sulèwic, con Alberto Rizzerio
Europa verticale - fotografie di Monika Bulaj e disegni di Paolo Rumiz
Testi - Monika Bulaj e Paolo Rumiz
Allestimento e grafica - Aleksander Masseroli Mazurkiewicz
Promotori
Comune di Genova
Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura
Teatri Possibili Liguria
Partecipanti Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura
Compagnia di San Paolo
Fondazione Carige
Costa Edutainment
Sponsor istituzionale Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura
Gruppo IRIDE
Con il sostegno di
Istituto Polacco di Roma
Goethe-Institut Italien
In collaborazione con
Consolato Generale della Repubblica di Polonia in Milano
Con il patrocinio di
Ente Teatrale Italiano
Sede della mostra
Appartamento del Doge - Palazzo Ducale, Genova
Fondazione per la Cultura
Piazza Matteotti 9
16123 Genova
Orario
15.00 - 20.00 tutti i giorni, chiuso il lunedì
la biglietteria chiude alle 19.00
Prevendita on line
www.vivaticket.it
Prezzo del biglietto
Intero € 5
Ridotto € 4
Informazioni, prenotazioni e visite gruppi
Tel. 010.5574064/65
Fax 010.562390
biglietteria@palazzoducale.genova.it
Informazioni per visitatori con disabilità
Tel. 542098 - www.terredimare.it
Catalogo a cura di
Krzysztof Dydo
Ufficio Stampa Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura
Camilla Talfani, Massimo Sorci, Isabella Bernardin - Tel.010 5574012 - 826 - 071 ufficiostampa@palazzoducale.genova.it
Teatri Possibili Liguria
Produzione e Comunicazione - Lucia Lombardo - Tel. 3290540950 liguria@teatripossibili
Ufficio stampa - Roberta Olcese - Tel. 010.543212 - fax 010.532434 - r.olcese@guidaopi.it


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