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Teatro, ecco “Animenere”: ’stop’ alla corruzione delle coscienze

La seconda collaborazione di Federico Betta riguarda l’ultimo lavoro della compagnia Katzenmacher liberamente ispirato al romanzo ”Di questa vita men- zognera” di Giuseppe Montesano.
Animenere irrom- pe sulla scena attuale con la sua forza suggestiva.
Nella foto, un momento della rappresentazione
Animenere
Tratto dal romanzo “Di questa vita menzognera” di Giuseppe Montesano
scritto e diretto da Alfonso Santagata
con Alfonso Santagata, Antonio Alveario, Donatella Furino, Rossana Gay, Johnny Lodi, Daria Panettieri, Massimiliano Poli
di Federico BETTA
Sul sito della compagnia teatrale Katzenmacher, alla voce ‘Proclami’, possiamo leggere una sorta di telegramma, rivolto all’umanità. Una serie di frasi punteggiate da severi “stop” che condannano lo stato delle cose, che si avventano a denunciare quella realtà che, sulla stessa pagina, viene descritta come “ostile alle nostre idee”.
Alfonso Santagata, di Katzenmacher, è il fondatore (lo è stato nel 1979 con Claudio Morganti e Tullio Ortolani) e il direttore artistico. Da allora ha scritto e diretto 31 testi originali e ha messo in scena opere di Pinter, De Filippo, Goldoni, Beckett.
Animenere è il suo ultimo progetto, liberamente tratto da
Questa vita menzognera di Giuseppe Montesano, realizzato in seguito a un laboratorio teatrale svolto a Scampia.
Sulla scena, vuota, appaiono cinque figure che s’installano su sgabelli in proscenio, illuminati in volto da spot diretti e accecanti. Appena li raggiunge l’ultimo personaggio, il grande padre, sempre a bordo di un piccolo mezzo elettrico con fanalino anteriore, lo spettacolo comincia.
Due genitori: lui arricchito e volgare, lei baronessa imbottita di psicofarmaci; quattro figli: due uomini copia del padre senza averne l’autorità, una donna spostata in terze nozze con Paradise, il vecchio pittore senza soldi (interpretato dallo stesso Santagata) che lega la ‘famiglia’ al mondo dell’alta cultura. Tra loro il quarto figlio, problematico, che s’invola in poetiche richieste d’aiuto o mutismi di ripulsa.
Lo sviluppo è in una serie di quadri a mostrare la quotidianità della famiglia Belmondo. I pochi oggetti di scena sono portati dagli attori in movimenti come balli, tanto che da un pranzo a un funerale basta a Santagata un giro di valzer. Ed è la musica a legare tutto, la musica e la luce che creano ambienti e spazi, come graffi di matita su un foglio bianco.
Peccato che il foglio, nel mondo dei Belmondo, sia nero come la pece, il nero di chi non vede oltre i suoi interessi e che, a questi, spietatamente, riconduce ogni fatto, azione, oggetto, persona.
Nel rutilare grottesco di violenza e parolacce, nei sotterfugi e nei favori, nelle scalate sociali e nelle montagne di denaro d’incerta provenienza, la famiglia raggiunge le vette del potere, imponendosi alla Nazione per il rinnovamento della vita di tutti: lavoro, ricchezze, felicità, fine dei problemi, fine della politica e di quel peso che è la democrazia! Questo vogliono e questo offrono: “chiediamo solo la vostra fiducia!”.
In linea con la sua poetica, Santagata alterna straniamenti fluorescenti a un limpida presa di parola conficcata nell’attualità più bruciante. Metafora mondo in diretta osservazione del presente, immagine di quello che potrà essere e di quello che già è, lo messa in scena di uno “stile di vita disinvolto e agguerrito” che si mostra senza vergogna, che cavalca la situazione e la sfoggia con impudenza.
Forse lo spettacolo viene schiacciato dalla sua stessa urgenza. Dalla necessità di scagliarsi contro individui privi di scrupoli che ormai ci accerchiano. Le invenzioni sceniche non sempre riescono a coinvolgere e lo sviluppo del senso, la progressione del contenuto, non ha la forza inesorabile di una ‘macchina da guerra’, e rimane avviluppato all’immagine iniziale. Ma è certo che qualcosa di prepotente, all’uscita di sala, ci rimane. Ed è una convinzione.
Le anime nere sono tra noi, hanno tutto e vogliono ancora di più, sono dappertutto, sono la maggioranza e distruggono per ricostruire, a loro immagine e somiglianza. Si sentono dèi e non sono altro che predatori: “Non ci guardano più negli occhi; l’unica cosa che sanno fare è odiarsi…Stop”.
Federico Betta
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