Geopolitica, influenza cinese sul Sudan. Come sfruttare il petrolio

Novembre 10, 2008 di il Politico.it  
Nel canale Politica

Nove tecnici della compagnia petrolifera cinese vengono rapiti dai ribelli del Darfur, e cinque di loro de- capitati. Come si spiega? Questa è la storia dello sfruttamento delle risorse di un Paese. Con l’aiuto del regime locale. A lato, parte dell’immagine (che ripubblichiamo integralmente nel corpo dell’articolo) che rappresenta la lottizzazione petrolifera del Sudan di Marcello BRECCIAROLI Gli Arabi e il deserto al Nord, tribù animiste e cristiane al Sud. Due mondi diversi uniti dai confini tracciati a tavolino dall’Inghilterra coloniale. Poi le conseguenze. Così lineari nel loro catastrofico succedersi da fare del Sudan un ottimo esempio da utilizzare nelle lezioni di Storia dell’Africa all’università. Gli Inglesi, in sintonia col collaudato sistema dell’indirect rule, si appoggiarono alle élite arabe riconoscendole di fatto come padrone del paese e lasciando i popoli del sud a subirne l’oppressione. Poi la guerra civile, per vent’anni. Le milizie che si affrontano hanno nomi come “Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese” , “National Islamic Front”, “National Democratic Alliance” ma il risultato è sempre lo stesso: migliaia di morti. Intanto le multinazionali del petrolio non si sono fatte sfuggire le opportunità del sottosuolo sudanese e sin dagli anni ottanta hanno investito per creare infrastrutture e oleodotti, dando via al nuovo paradigma della conquista neo-imperialista. Il governo del dittatore Al-Bashir ha lottizzato il territorio del sud e lo ha dato in concessione a quelle multinazionali arrivate da tutte le parti del mondo. Nel 1997 la produzione inizia a dare i primi risultati e i soldi che il governo ricava dalle concessioni vengono reinvestiti in armamenti (o più semplicemente la Cina paga il governo sudanese direttamente in armi, come denunciato da Refugee International) e così i primi elicotteri appaiono a supporto delle milizie di etnia Baggara, assoldate per garantire che gli oil-fields dati in concessione siano sgombri da abitanti scontenti. Questi miliziani sono pagati nel classico modo in cui si paga qualcuno quando non si vuole rendere possibili collegamenti: finanziamenti diretti lascerebbero scomode tracce, per questo, invece di stipendiarli, li si lascia liberi di saccheggiare e, in generale, avere il totale controllo delle popolazioni che devono essere sloggiate. Vengono chiamati Janjaweed (demoni a cavallo) e sono i responsabili delle pulizie etniche ancora in atto in Darfur. A questo punto il piano è riuscito: le masse di sfollati iniziano a varcare i confini del Ciad. Questo però trasforma la questione da nazionale a internazionale ed è sempre più difficile per il regime sudanese mantenere il silenzio al riguardo. Le istituzioni umanitarie iniziano a occuparsene e arriva la copertura mediatica, le campagne di raccolta fondi di personaggi famosi e, solo in seguito, l’azione della comunità internazionale che non può più lavarsene le mani. L’ONU, assieme all’Unione Africana, dispiega così finalmente una forza di peacekeeping (UNAMID) decretata con una bella risoluzione di condanna verso i crimini contro l’umanità. Tutti sono felici e si passa ad altro. Perché tornare ancora sull’argomento allora? Innanzitutto per spiegare alcuni fatti di cronaca recenti: nei giorni scorsi nove tecnici della compagnia petrolifera cinese sono stati rapiti dai ribelli del Darfur, e cinque di loro sono stati decapitati. In Italia non si è fatto altro che riportare la breve agenzia diffusa da Reuters e dalla stessa compagnia cinese, ma basta inserirla nel contesto per chiarirne il significato. La regione dove sono stati rapiti i tecnici si chiama Kordofan e gli oil-field qui presenti sono in concessione alla CNPC (China Petroleum National Company) la cui concessione sconfina in parte anche in Darfur. Naturalmente prima bisogna “normalizzare” la situazione perché più una zona è instabile più è costoso lavorarci (i costi assicurativi crescerebbero e anche il pericolo di interruzioni frequenti ai lavori). Lo scopo dei ribelli è proprio questo: rendere svantaggioso per la compagnia cinese operare nella zona costringendola a ritirarsi. In passato organizzazioni umanitarie canadesi riuscirono a far ritirare la compagnia di bandiera (la Talisman, che gestisce però ancora l’oleodotto nazionale) dal Sudan attraverso una campagna di denuncia che colpì a fondo l’opinione pubblica. Purtroppo però la Cina è una dittatura e non esiste alcuna opinione pubblica da informare. Anche i politici occidentali comunque si guardano bene da pronunciare accuse contro la Cina e si limitano a denunciare i misfatti di Kartoum. Tutto questo ha l’effetto di inquadrare la questione del Darfur come “le solite azzuffate tribali dell’Africa” e di nasconderne i veri significati. Insomma se si è una superpotenza economica e si vuole saccheggiare l’Africa delle sue risorse, basta scaricare la colpa sugli stessi paesi sfruttati appoggiandosi a un governo corrotto. L’esperimento cinese è riuscito. Marcello Brecciaroli

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